Migranti, così la Libia disinnesca i cavilli delle Ong per portarli in Italia

Alle Ong si è rotto il giochino in mano. E sembra quasi che come i bimbi infastiditi dicano "noi non giochiamo più". A rovinare la festa umanitaria non è stato tanto il Codice di comportamento voluto dal ministro Marco Minniti e approvato pure dall'Ue. E nemmeno le indagini delle procure di Catania e Trapani. Ma l'annuncio della Libia di voler istituire una propria zona SAR (ricerca e soccorso) per gestire i salvataggi al limite delle acque libiche. Mettendo all'angolo le varie Msf, Save The Children e Moas.Era ancora maggio quando molti si chiesero per quale motivo le Ong potessero stazionare così vicine alla costa libica, recuperare barconi carichi di immigrati a poche ore di navigazione da Tripoli e traghettarli in Italia anziché nel porto di Zuara. Nessun complotto. Solo abilità nello sfruttare le storture delle leggi internazionali e marittime.L'articolo 9 della Convenzione Unclos, infatti, stabilisce che ogni Stato costiero istituisca una zona Sar di propria pertinenza. Un'area che si estende per circa 100 miglia nautiche (180 km), ben oltre le acque territoriali (12 miglia marine), in cui il governo ha competenza nella gestione dei salvataggi in mare. L'Italia ha tenuto fede agli impegni, Malta e la Libia non proprio. Se il Belpaese infatti ha un centro di coordinamento e mezzi navali a disposizione per soccorrere eventuali naufraghi, gli altri Stati latitano. Malta, per dire, ha istituito una zona Sar grande 750 volte il suo territorio, ma non ha i mezzi adeguati per coprirla tutta. A Tripoli invece l'assenza di un'autorità stabile aveva di fatto annullato la capacità del Paese di pattugliare l'area attiva ai tempi di Myanmar Gheddafi. E così le Ong intercettavano un migrante poco fuori (se non all'interno) le acque territoriali libiche e chiamavano a Roma il Centro di Coordinamento del Soccorso Marittimo. Il quale non poteva far altro che indirizzare le navi umanitarie verso i porti siciliani o a La Valletta (salvo poi incorrere nelle situazioni di stallo come quella di pochi giorni fa accorsa alla Golfo Azzurro di Open Arms, bloccata al largo per un tira e molla tra l'Italia e Malta su dove far approdare la nave).Cosa cambia ora? Tutto. Il comandante della base navale di Tripoli, il generale Abdelhakim Bouhaliya, ha annunciato che la Libia ha "istituito ufficialmente una zona di ricerca e soccorso (SAR) nella quale nessuna nave straniera avrà diritto di accedere salvo richiesta espressa delle autorità libiche". Il governo di Fayez al Serraj ha informato l'Organizzazione Marittima Internazionale (Imo) e ne attende il riconoscimento. Ma sin da subito il vento sembra aver virato e spinge le imbarcazioni umanitarie lontano dalle coste libiche. Il motivo è semplice: se domani Save The Children dovesse recuperare migranti all'interno della zona Sar di competenza libica, o poco fuori le loro acque territoriali, sarebbero costretti a consegnarli alla Guardia Costiera africana. Che li riporterebbe (come successo nei giorni scorsi) a Tripoli, per metterli nei centri per immigrati in Africa.Questo le Ong non possono accettarlo, visto che vorrebbero farli sbarcare tutti in Italia. Lo hanno dichiarato più volte ed alcune lo scrivono pure nei siti internet. Perché l'obiettivo (nemmeno troppo celato) della loro attività non è tanto il "salvataggio" (sempre legittimo e doveroso), quanto "l'apertura di canali umanitari per l'immigrazione". Scelta riservata però agli Stati e non certo a società private. Ecco perché allora Msf, Save The Children e Sea Eye hanno sospeso momentaneamente le loro attività marine. Non per le "minacce" della Guardia Costiera libica. Ma perché non intendono permettere che gli immigrati vengano riportati a Tripoli. Alla "Stampa" Michele Trainiti, Capo progetto di Msf per la nave "Prudence", ha detto chiaramente che la decisione di tirare i remi in barca è motivata dal fatto che "questa nuova area Sar" minaccia "le Ong che non vogliono coordinarsi con la Libia". E che vorrebbero portare i migranti solo in Italia. "Gli Stati europei stanno attuando in blocco alla possibilità delle persone di cercare sicurezza", ha ribadito il presidente di Msf, De Filippi.Certo: i centri di detenzione per immigrati in Libia non sono rose e fiori. Anzi. Sono inaccettabili. Ed è per questo che l'obiettivo del governo italiano (lo ha confermato oggi il ministro degli Esteri Alfano) è quello di aumentare le risorse dell'Europa da investire affinché "i campi abbiano uno standard adeguato". Le possibilità ci sono, accordo miliardario con la Turchia docet. Soprattutto ora che il governo di Serraj sembra essere diventato collaborativo e più autorevole.Intanto un primo obiettivo è stato raggiunto: allontanare le Ong dal limite della acque libiche. Come rivelato da ilGiornale.it, infatti, da quando le navi umanitarie pattugliavano il Mediterraneo l'area dei salvataggi si era spostata dal Canale di Sicilia alle coste africane. Generando guadagni per i trafficanti, incremento delle partenza e aumento dei morti in mare. Un circolo vizioso che la mossa di Tripoli potrebbe finalmente spezzare.

Fonte: http://www.ilgiornale.it

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