Guam, perla dell’oceano che scherza con le bombe «Qui è tutto come prima»

A Guam nisciuno è fesso. Proprio no. In questa isoletta del Pacifico occidentale dove è sempre estate, al massimo tarda primavera, piove niente da gennaio a giugno e tanto nel resto dell'anno, non si pagano le tasse e anzi si ricevono lauti aiuti di Stato da Washington, si vive placidi secondo il ritmo di vita chamorro, che è l'etnia dominante: non fare oggi quello che puoi fare domani. E magari anche dopodomani. Certo, i 163mila abitanti, in quanto inquilini di un territorio non incorporato degli Usa, non eleggono il presidente americano, ma scommetteremmo che lo scorso novembre, visti i due candidati disponibili, a molti questo sarà sembrato un privilegio.A Guam nisciuno è fesso. Ma molti sono preoccupati. Perché Kim Jong-un, probabilmente il dittatore più pazzo del mondo, di certo il peggio pettinato, ha diretto i suoi missili forse di cartone ma forse no contro questa isola grande come l'Elba lontana 3.400 chilometri da Pyongyang, distanza praticabile secondo i geometri del nucleare da un vettore dell'incacchiato maresciallo della Corea del Nord.Guam è un posto remoto ma non qualsiasi. È un pezzo di America in mezzo al niente, una zattera che è la portaerei di Washington, per un terzo villaggio turistico, per un terzo caserma (ospita 13mila militari della base aerea e navale Andersen) e per un terzo un angolo di Midwest tropicale, fatto di Walmart, di Home Depot, di fast food in cui ci si abboffa religiosamente devoti al grasso saturo, di barbecue e di bowling. Qui fu trovato nel 1972 il famoso giapponese della storiella, quello ancora acquattato nella giungla convinto che la seconda guerra mondiale fosse ancora in corso. Per dire del balordo esprit di questo lieu dimenticato da tutti, ma mai da Kim, che quando si arrabbia prende l'atlante e scopre che è Guam il punto da colpire.Che poi qui tutti si preoccupano ma nessuno si spaventa davvero. È vero: alla popolazione è stato distribuito un volantino con un decalogo di comportamenti da seguire in caso di attacco nucleare (roba come: cercare riparo in un rifugio, non uscire prima di 24 ore, non tempestare i figli a scuola di telefonate perché i prof sanno come occuparsi di loro, dopo l'emergenza farsi una bella doccia ma senza usare il balsamo che è amico delle radiazioni). È vero: nei grandi magazzini una folla leggermente ansiosa si è messa in fila alle casse con i carrelli stipati di batterie, torce e acqua in bottiglia. Ma tutti sono convinti che il dittatore nordcoreano anche stavolta abbaierà senza mordere. Gli unici a prendere sul serio la minaccia sono i turisti sudcoreani, molto suggestionabili ai «bau» dell'isterico vicino: molti hanno cancellato le prenotazioni per gli alberghi, oppure hanno preso il primo aereo e sono tornati in patria. Ma gli altri turisti affollano le spiagge e i ristoranti come nulla fosse. «Tutti vanno avanti con la solita routine, ma non si parla d'altro se non della minaccia», dice all'inviato del New York Times Josie Sokala, che vive nel villaggio di Mangilao, nella parte Est dell'isola. «Siamo nervosi – aggiunge – ma più di noi sono nervosi i nostri amici e parenti dagli States. Siamo inondati da messaggi e telefonate terrorizzate». Il governatore Eddie Calvo ha una linea rossa con la Casa Bianca, ma in un videomessaggio alla popolazione ha rassicurato tutti. Al contrario ha agitato le anime pie il messaggio dell'arcidiocesi di Agana che ha invitato i fedeli (la maggioranza dei guamesi è cattollca) a «pregare per la pace» e a «invocare lo Spirito Santo perché instilli nel nostro leader e in quelli degli altri Paesi la saggezza di promuovere la pace e non la guerra». Amen.

Fonte: http://www.ilgiornale.it

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